L’opera di Titti Faranda si presenta come un’interessante riflessione sulla relazione tra moda e cultura, due dimensioni apparentemente distanti ma profondamente interconnesse. La struttura centrale è una gruccia oversize, simbolo iconico dell’effimero e del consumo rapido associato al mondo della moda, che assume qui una dimensione monumentale, elevandosi a oggetto carico di significato.
I libri appesi alla gruccia, sospesi ma solidi, creano un dialogo immediato con la sua struttura. Essi rappresentano la cultura, l’eredità del pensiero e della conoscenza che, a differenza degli abiti, non conoscono l’obsolescenza. La fragilità apparente dei libri, trattenuti da fili sottili, sottolinea la precarietà con cui la cultura è trattata nel nostro tempo, dove il valore dell’apparenza spesso supera quello del contenuto.
La scelta di materiali e composizione è minimalista, ma di grande impatto. Il bianco dominante suggerisce purezza e universalità, spogliando sia la moda che la cultura dei loro contesti estetici per metterne a confronto le essenze. Le ombre proiettate dai libri e dalla gruccia sulla parete aggiungono profondità, evocando una dimensione temporale e suggerendo che entrambi i mondi, moda e cultura, lasciano tracce differenti nella memoria collettiva.
Faranda sembra volerci invitare a riflettere sull’impatto delle nostre scelte. La moda, pur avendo una sua bellezza transitoria, è una manifestazione superficiale rispetto alla durabilità e alla profondità del sapere. Tuttavia, l’opera non demonizza la moda, ma piuttosto suggerisce che essa può essere uno strumento per veicolare cultura, qualora le venga attribuito un senso più profondo.
In definitiva, questa installazione riesce a stimolare una riflessione sulla società contemporanea e sul nostro rapporto con il consumo e la conoscenza, ponendo la domanda: quanto valore attribuiamo davvero a ciò che ci veste, sia metaforicamente che letteralmente?
2018
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