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Che il silenzio possa avere una forma o più forme, può sembrare un’aporìa, quasi una difficoltà concettuale che urta il processo logico. Ma è proprio qui che il linguaggio di Titti Faranda riesce ad attraversare ogni “obbligazione rituale”, per consegnarsi alla sua personalissima visione concettuale. O meglio, alla sua singolarissima poetica, intesa come insieme di dettami e concetti (immagini/forme) che l’artista propone a sé e agli altri, secondo i modi e i fini della propria produzione artistica.
Resta il silenzio, il “silentium”: che non è solo il tacere e nemmeno l’assenza di suoni, di rumori, di voci. Il silenzio di Titti Faranda assomiglia più a quella pausa, a quell’intervallo perduto nella convulsa dinamica della nostra società che alcuni anni or sono il bravo Gillo Dorfles ci ricordava in un suo memorabile libro. Una pausa, una rarefazione riempita ed arricchita dalla sua non commensurabile fantasia.
L’artista, infatti ricorre su diversi piani per costruire i suoi lavori sia quelle definite su una superficie, sia tridimensionali e installative, che sono come una finestra aperta sopra il mondo della metafora e dell’irrisione. L’ambiente ludico della creazione pare animarla come in una scenografia teatrale su cui incombe a volte l’idea del dramma della memoria o della pura invenzione. Per questo abborda temi diversi giocando con le immagini, come volendo sviluppare tutte le sue varianti espressive possibili già che nessuna sarà, finalmente, la definitiva. Paul Valéry diceva che < La bellezza è una specie di morte. La novità, l’intensità, la stranezza, sono in una parola, i valori che l’hanno soppiantata>.
L’intensità delle esperienze di vita, i costanti cambi tecnologici, nei costumi e nella vita sociale hanno portato a una indagine trasformativa dell’espressione artistica. L’unità di uno stile determinato, la sua continuità nel tempo, già non costituiscono più un obiettivo per la maggior parte degli artisti contemporanei. Generando opere pensate dal di dentro e che suscitano un rapporto tra l’arte e la vita entrando in relazione con il tessuto sociale a cui apparteniamo. Uno spazio dove è posta in grande risalto la vera ruota della nostra esistenza, la rigenerazione dei cicli umani che si ripetono nel corso del tempo e che formano la nostra storia o la nostra attualità. L'avventura creativa di Titti Faranda evidenzia quindi come tra il solido e l'impalpabile non ci siano limiti creando opere con cui a poco a poco è riuscita ad elaborare una serie di codici concettuali che si estendono verso il contesto della irrealtà pura fino ad arrivare all’utilizzazione dell'ironia per smascherare le contraddizioni della società, riflettere sulle dinamiche di consumo e autorità, e per destabilizzare le aspettative tradizionali dell'arte. Questa dimensione ironica è spesso un invito a riconsiderare ciò che vediamo e a interrogare le verità apparentemente incontestabili.
Massimo Scaringella
Tutti noi siamo convinti di essere uomini liberi.......
liberi senza legami. Ma è così?
Anche il più libero si crea il problema del giudizio degli altri.
La vita, un continuo affannarsi, un salire e scendere, correre senza... risparmiare il bene più prezioso, il nostro tempo.
Cibi processati, adulterati, sofisticati, digiuni controllati, desideri indotti. Il bisogno di proteggersi anche dalla cucina.
🌊 Uno sguardo ironico e profondo, tra osservazione e introspezione.
🌿Una rete precaria a protezione del pianeta.
🌊 Un mare di bellezza spezzata tra vita e inquinamento.